Banca e Cooperazione

La cooperazione bancaria nei lavori della Costituente

Il 1° gennaio 1948 entrava in vigore la Costituzione della Repubblica italiana riconoscendo, fra le disposizioni in materia economica, da un lato il pubblico interesse dell’attività bancaria al fine di promuovere lo sviluppo dell’economia nazionale (art. 47) e, dall’altro, la «funzione sociale della cooperazione a carattere di mutualità e senza fini di speculazione privata» (art. 45).

In occasione di questo anniversario l’Associazione fra le Banche Popolari ha pubblicato – con la Prefazione del Prof. Avv. Giorgio Assumma e con la Presentazione dell’Avv. Corrado Sforza Fogliani – un volume che ripercorre il dibattito sviluppatosi all’interno dell’Assemblea Costituente dal quale hanno poi visto la luce gli articoli che riguardano appunto il rapporto tra economia, sviluppo, attività bancaria e cooperazione.

L’art. 45 della Costituzione lungi dal relegare la Cooperazione in posizione marginale all’economia di mercato, ne esalta il momento imprenditoriale quale metodo democratico di produrre, vera e propria alternativa al sistema capitalistico “puro”.

La tutela del risparmio  attraverso l’attività bancaria e la cooperazione venivano così identificati come interessi fondamentali dello Stato e, in quanto tali, riconosciuti come meritevoli di tutela.

Non è un caso che, quasi contemporaneamente alla nascita della Costituzione veniva promulgata, · nel febbraio 1948, la prima legge organica sulle Banche Popolari (D.L. 10 febbraio 1948, n. 105 “Disposizioni sull’ordinamento delle Banche Popolari”). Proprio nelle Banche Popolari, infatti, i Padri costituenti vedevano un mezzo efficace per resuscitare la fiducia e l’attaccamento dei risparmiatori. Come si legge dalla Relazione sulla Cooperazione dell’On. Canevari per la Terza Sottocommissione: La cooperazione, con le sue organizzazioni basate sui principi della mutualità e ispirate ad alte finalità di libertà umana, costituisce un efficace mezzo di difesa dei produttori e dei consumatori dalla speculazione privata e di elevazione morale e materiale delle classi lavoratrici. Perciò essa deve essere considerata dallo Stato e dagli Enti pubblici ( … ) nel credito e nell’assicurazione: come mezzo atto a resuscitare, attorno alle Banche Popolari, alle Casse rurali e alle mutue assicuratrici la fiducia e l’attaccamento dei piccoli risparmiatori, degli artigiani, degli operai, perché siano assistite e sorrette le iniziative dei ceti medi e le attività cooperative, particolarmente nella loro azione di interesse locale. L’analisi dei resoconti delle sedute dell’Assemblea costituente è molto utile ed interessante perché fa emergere il vivace dibattito svoltosi all’epoca sui temi della Cooperazione, iniziato nel corso dei lavori della Prima e soprattutto della Terza Sottocommissione per poi proseguire e .concludersi nelle sedute del 3 e del14 maggio 1947 in sede Plenaria, a testimonianza dell’unanime consenso dei Padri costituenti sulla funzione sociale del movimento cooperativo nonché sul ruolo che, al suo interno, svolgono le Banche Popolari e le cooperative di credito in genere.

Nella seduta del14 maggio 1947, interviene anche Luigi Einaudi, fino a pochi giorni prima Governatore della Banca D’Italia ed eletto all’Assemblea Costituente nel 1946. Il futuro Presidente della Repubblica ebbe la possibilità di conoscere da vicino il movimento del credito popolare fondato da Luigi Luzzatti, collaborando intensamente sia all’attività associativa sia alla rivista “Credito & Cooperazione” per la quale scrisse numerosi contributi a partire dal1896. Einaudi dalle pagine della rivista delle Banche Popolari affrontò più volte i temi della cooperazione, incluso quello, all’epoca assai rilevante, della crisi agraria e delle società cooperative di lavoro, spiegando che la concentrazione della terra in poche mani aveva alimentato il bracciantato e i conseguenti problemi, la cui possibile soluzione andava ravvisata, a suo avviso, proprio con l’introduzione della formula cooperativa. L’analisi e la lettura dei problemi economici e sociali di Einaudi e i conseguenti rimedi emergono chiari a favore della formula cooperativa nel famoso saggio pubblicato su “Credito e Cooperazione” nel 1897, relativo al commento sui risultati della ‘Commissione Plunkett’ incaricata dal governo britannico per studiare e trovare rimedi alle condizioni economiche dell’Irlanda. “Solo se le popolazioni – scriveva Einaudi – oseranno trovare attraverso lo strumento associativo e cooperativo le soluzioni ai problemi della produzione, del consumo e del credito potremo sperare di vedere sollevate dalle più basse e disperate condizioni intere aree della penisola”. Già in questa analisi si intravede quella che fu l’importanza per la ricostruzione del Paese nel dopoguerra dei corpi intermedi e della sussidiarietà. Temi che furono ripresi e sviluppati da Costantino Mortati, uno dei massimi giuristi costituzionalisti del tempo, anch’egli deputato alla Costituente, e teorico della “Costituzione materiale”. Dando alla Cooperazione “pieno diritto di cittadinanza nel corpo della Costituzione” si è compiuta una scelta fondamentale circa un certo ordine costituzionale ed un preciso sistema di valori.

La protezione costituzionale della cooperazione rappresenta, infatti, un indubbio riconoscimento del principio del primato della persona, del quale costituisce una declinazione applicata al mondo economico, già affermatasi nel lontano 1844 quando i Probi Pionieri di Rochdale identificarono nella democrazia interna – una testa un voto – il principio fondante della cooperazione. E dunque compito delle Banche Popolari continuare nel solco della propria tradizione, per adempiere con efficacia sempre maggiore l’alta responsabilità che i Padri Costituenti hanno affidato alla Cooperazione, nel pieno rispetto dei principi che sono alla base del movimento cooperativo in tutto il mondo, per continuare a svolgere la propria azione a sostegno dell’economia reale.