La rivista Credito Popolare

EDITORIALE 

L’uscita del primo numero del 2018 della rivista coincide con un periodo alquanto turbolento della situazione politica italiana ma che vede, allo stesso tempo, importanti elementi di novità nel panorama economico e nella regolamentazione bancaria sia europea che mondiale che si sono realizzate o che sono in via di realizzarsi. L’Associazione, in questo contesto, sta lavorando per fornire il proprio contributo alla Categoria e per consolidare il ruolo del credito popolare nel panorama del sistema creditizio non lasciandosi sfuggire le potenzialità che le diverse novità stanno proponendo e nella conferma della convinzione che ogni soggetto, sia esso politico, economico, istituzionale o di categoria, abbia un obbligo di svolgere fino in fondo il proprio ruolo per il bene comune che coincide con quello del Paese.

Chi, ingenuamente, si aspettava che le elezioni politiche avrebbero avuto un effetto salvifico sui problemi del Paese, non può che essere rimasto deluso. Al contrario la tornata elettorale ci ha consegnato un quadro politico–istituzionale estremamente complesso di difficile ricomposizione malgrado il responso delle urne – prevedibile e, in larga parte, previsto – sia stato più netto della composizione parlamentare che ha esso stesso prodotto. L’esito elettorale ci parla di un’Italia stanca, logorata da anni di crisi, dal peggioramento delle condizioni di vita, dalla disoccupazione, dalla precarietà. Un’Italia impaurita dal futuro e priva di speranze ma anche disillusa, insofferente alle promesse, sempre più irritata da una classe politica che non è riuscita a dare risposte concrete a problemi e bisogni reali e che vuole reagire. Un’Italia profondamente divisa tra nord e sud, che è unita nella rabbia e che, pensando di non avere più nulla da perdere, prova a cambiare dando una fiducia che però è pronta a ritirare immediatamente se il “nuovo” dovesse produrre l’ennesima disillusione. I partiti politici guidati dalla saggia ed esperta regia del Capo dello Stato, prenderanno tutto il tempo che sarà loro necessario per confrontarsi e sbrogliare una matassa che è apparsa immediatamente e chiaramente molto ingarbugliata. La politica dovrà valutare fino in fondo tutte le vie percorribili per uscire dallo stallo ed evitare nuove ravvicinate elezioni niente affatto irrealistiche ma di certo poco utili. E’ però molto importante che neanche in queste settimane di passaggio, vengano messi da parte i problemi del Paese a cominciare dall’economia reale e, per quello che ci riguarda più direttamente, dal sistema bancario. Se così non fosse, se distratti da lunghe, seppur importanti, discussioni interne o sulle future alleanze e composizioni di governo e sottogoverno, non si ponesse la massima attenzione ai problemi dell’economia, i rischi sarebbero troppo grandi e di difficile soluzione. Le dinamiche normative e regolamentari dell’Europa, non vengono congelati dalla crisi della politica italiana. Per non rischiare di pregiudicare una ripresa dell’economia reale che, seppur molto fragile, sembra concreta, è necessario che la posizione dell’Italia, con le peculiarità del suo sistema produttivo, sia forte e tangibile. E’ quanto mai necessario mantenere alta l’attenzione su una serie di tematiche che sono cruciali al fine di evitare, come già avvenuto in passato ad esempio con l’accettazione tout-court delle regole del bail-in o con l’introduzione del fiscal compact, effetti nefasti frutto della sottovalutazione delle conseguenze determinate da decisioni imposte.

La BCE e la Commissione Europea, proprio in queste settimane, stanno mettendo in campo le loro proposte per la soluzione del problema Npl. Si tratta di decisioni che avranno conseguenze rilevanti sull’attività bancaria. L’atteggiamento miope mostrato dalla Presidente della vigilanza della BCE, Danièle Nouy, – applicazione rapida di quello che viene definito “addendum” (maggiori accantonamenti da parte degli istituti bancari a compensazione del livello dei crediti deteriorati) che non tiene conto delle implicazioni negative che un recepimento, nei tempi rapidi richiesti, di tale direttiva possa avere sul sistema bancario sia relativamente alla possibilità di erogare finanziamenti sia sulla possibilità di poter collocare i propri Npl a prezzi non troppo bassi o di saldo si sta fortunatamente ridimensionando grazie soprattutto alla presa di posizione del Parlamento Europeo e del Consiglio Europeo, che vi vedono un’invasione di competenze. La Commissione Europea  lavora ipotizzando graduali accantonamenti entro 8 anni per i nuovi prestiti garantiti e entro 2 anni per quelli nuovi non garantiti che potrebbero trasformarsi in Npl. Dunque, malgrado la confusione e l’approssimazione, qualcosa di positivo, su questo versante, sembra muoversi. Anche per questo, massima dovrà essere l’attenzione italiana sulla questione. Le banche che, infatti, rischiano di essere maggiormente penalizzate sono proprio quelle italiane che negli anni della recessione hanno continuato a erogare credito al tessuto produttivo, in particolare alle PMI e alle famiglie e che, ancora oggi, al contrario di quanto avviene in altre realtà europee, continuano a promuovere un’attività bancaria di tipo tradizionale legata al territorio e non alla finanziarizzazione e all’operatività sui mercati dei derivati. Continua ad essere opportuno evidenziare le incongruenze derivanti da un’attenzione spasmodica delle autorità di vigilanza sulla necessità di più elevati livelli di solidità patrimoniale da parte delle banche tralasciando però alcuni elementi importanti quali la classificazione dei titoli di livello 2 e 3 ampiamente detenuti dalle banche tedesche e francesi e che sembrano non destare alcuna preoccupazione per i regolatori. Se si aggiunge l’atteggiamento critico verso la detenzione da parte delle banche di titoli di Stato – con la possibilità di inserire un coefficiente di rischiosità – che vede i nostri istituti di credito in prima linea con circa 330 miliardi di euro, con un’esposizione pari al 240% del Tier1 (secondi solo alla Slovacchia che è al 600%) e la riluttanza tedesca a condividere una garanzia comune dei depositi bancari, risulta evidente come la politica italiana possa e debba giocare il proprio non secondario ruolo all’interno delle istituzioni europee. Relativamente ai titoli pubblici detenuti dalle banche, un recente studio di Standard & Poor ha quantificato che in caso di fallimento di uno Stato, la perdita sarebbe di 40 euro ogni 100 euro di esposizione verso il debito sovrano, confermando la necessità di maggiori accantonamenti per la banche più esposte, dei quali già si sta discutendo nel comitato di Basilea.  In fondo, ancora una volta, siamo  lì: “Le regole devo essere tagliate su misura, per dimensione e ruolo di ogni banca” come sostiene autorevolmente anche il neo Presidente della Federal Reserve, Jerome Powell  – designato dal Presidente USA, Donald Trump – che lo scorso 5 febbraio ha preso il posto di Janet Yellen alla guida della banca centrale degli Stati Uniti.

E’ entrata in vigore, a inizio anno, la molto discussa Mifid 2. La nuova direttiva europea in ambito bancario che dovrebbe cambiare il rapporto tra risparmiatori, banche e consulenti finanziari. Maggiore tutela ai risparmiatori e agli investitori, soprattutto quelli piccoli e medi, puntando sulla trasparenza informativa, sul servizio di consulenza, su knowledge and competence (in forza del quale soltanto il personale che possiede specifiche conoscenze e competenze potrà rendere consulenze), su product governance (che disciplina a monte la produzione degli strumenti finanziari più adatti alla clientela) e sulla dettagliata regolamentazione degli incentivi degli intermediari, e sul più generale e antico principio dell’adeguatezza del prodotto finanziario al cliente: sono questi gli obiettivi. In maniera più dettagliata e più severa sarà da oggi obbligatorio fare in modo che, ad ogni cliente, l’intermediario – bancario o finanziario – proponga più prodotti, pensati per quel tipo di clientela e comunque compatibili con il profilo personale. Nella sostanza non c’è molto di nuovo ma tutto sarà più complicato. La nuova normativa (sette mila pagine!) è molto complessa e la sua applicazione sarà anche molto costosa. L’industria europea del risparmio gestito – secondo il Financial Times – per adeguare i servizi informativi alla nuova direttiva, dovrà sostenere un costo di 2,5 miliardi, cifra destinata a salire. Per sopravvivere senza soccombere, saranno necessari, oggi più che in passato, forza propria e radicamento. L’entrata in vigore della Mifid 2 renderà, d’altra parte, possibile utilizzare nuovi prodotti finanziari alternativi che, soprattutto in Italia, sono stati usati soltanto marginalmente. Così, ai maggiori costi dovrebbero corrispondere anche maggiori opportunità di accrescere i ricavi grazie ai nuovi prodotti che avranno l’obiettivo di rendere possibile la gestione di un patrimonio rilevante (da stime di Bankitalia, nel 2016, siamo attorno al 32%) che oggi giace inutilizzato nei conti correnti e nei depositi. Si prevedono, per le banche, maggiori entrate di 3,5 miliardi di euro che, nei prossimi cinque anni, i risparmiatori non lasceranno infruttiferi nei conti correnti. Le Banche popolari e del territorio, che naturalmente hanno seguito passo passo l’iter della nuova normativa decidendo di investire sulle sue potenzialità, hanno dato vita, come sappiamo, alla  “Luigi Luzzatti S.p.A.” che sarà, oltre che un veicolo per la gestione degli NPLs, anche uno strumento proprio per offrire e gestire – realizzando e sviluppando economie di scala – attività di interesse comune alla categoria. Grazie a questo nuovo strumento le Popolari saranno nelle condizioni di approfondire temi strategici fondamentali, potranno affrontare il futuro di un’operatività bancaria in costante e progressiva evoluzione che va dalla gestione degli NPLs alla formazione e all’analisi normativa e regolamentare.

Nella convinzione della necessità di consolidare il ruolo e la funzione del credito popolare, resta costante il lavoro di informazione e di formazione che ci vede impegnati, tra l’altro, nello smontare i luoghi comuni sulle banche del territorio. I luoghi comuni, come sappiamo bene, quando non esprimono altro che ovvietà, possono essere molto dannosi perchè allontanano dalla verità. La nostra attività di sfatarli con onestà intellettuale, con serietà e con l’obiettività dei fatti e dei numeri continua ad essere incessante. Con questo intento, nelle scorse settimane si è tenuto a Roma un incontro tra l’Associazione fra le Banche Popolari e il Fondo Monetario Internazionale nel corso del quale abbiamo posto all’attenzione proprio questo tema. “In Europa ci sono troppe banche”. E’ davvero così? Qualcuno ha fatto il paragone con gli Stati Uniti? Le banche, nell’area euro sono, nel 2017, 4.773. Negli Stati Uniti sono 5.900 – 11.700 se calcoliamo anche le 5.800 Credit Unions – 1’80% in più di quelle dell’eurozona. L’eccessiva “bancarizzazione”, come ha efficacemente spiegato ripetutamente un autorevole organismo europeo, l’European Systemic Risk Board (ESRB), si riferisce non al numero di banche ma, al contrario, al peso eccessivo di un numero troppo esiguo di banche molto grandi. I luoghi comuni si riscontrano su più versanti e riguardano anche la realtà italiana: “le piccole banche di territorio non hanno futuro” e “le imprese italiane sono troppo piccole”. E’ così: il 99,9% delle imprese italiane sono di piccola o media dimensione. Il 95,3% hanno meno di 10 dipendenti. Ma “troppo” rispetto a cosa? Le Pmi generano 1’80% dei posti di lavoro e il 70% del valore aggiunto. Grazie a questa morfologia, l’economia italiana vanta invidiabili primati in Europa: primo Paese per valore aggiunto agricolo, secondo per valore della produzione manifatturiera, ancora secondo per pernottamenti di turisti, presenza del maggior numero di imprenditori dell’UE (3,8 milioni). Le banche mutualistiche per loro natura sono quelle più vicine ai micro e piccoli imprenditori e sono le uniche capaci di integrare quel modello, tipicamente italiano, di imprenditorialità diffusa. Lo dimostrano i fatti: con 226 miliardi di euro di impieghi, 264 miliardi di euro di raccolta e un attivo totale di 270 miliardi di euro, le Banche popolari e del territorio rappresentano il 12,5% del sistema bancario italiano. Se non hanno futuro queste banche non ha futuro l’intera imprenditoria italiana. Altri luoghi comuni sono legati alla crisi: “Le banche locali hanno svolto, solo in parte, una funzione anticiclica”. Non è così: nella grande crisi 2007-2014, la funzione anticiclica delle Banche popolari è stata documentata da autorità indipendenti. Le Popolari hanno saputo e potuto dare più credito all’economia reale, con una crescita media annua dei finanziamenti del 2% contro un dato medio dello 0,5%; hanno erogato nuovi finanziamenti a PMI e alle famiglie per acquisto di abitazione rispettivamente per 300 e per 100 miliardi di euro a un tasso più basso nell’ordine di 10 basis point per le PMI e di 20 basis point per i mutui relativi a compravendite immobiliari. Insomma, la presenza di banche locali, radicate nei territori, ha notevolmente mitigato l’impatto della crisi proprio grazie alla “prossimità” sul territorio. Ancora legato ai cambiamenti della crisi anche il tema dell’importanza data alla finanza di impatto sociale: “la finanza d’impatto sociale è una delle novità del mercato finanziario”. Ogni 100 euro di risparmio raccolto dalle Popolari nei territori di riferimento, 76 vengono reinvestiti nella stessa area con evidente beneficio per il lavoro e il reddito in quella zona. A questo si aggiunge la destinazione di parte degli utili (100 milioni di euro nel 2017) a favore della beneficenza, dell’attività culturale e della promozione di borse di studio negli stessi territori. E’ l’impatto sociale che la finanza mutualistica ha sempre prodotto come sua caratteristica fondante. La crisi, restando in tema di luoghi comuni, ha portato ad affermare che “le banche locali sono maggiormente a rischio di instabilità”. A parte casi isolati – che però hanno riguardato anche importanti banche S.p.A. – le Popolari hanno evidenziato livelli di patrimonializzazione significativamente superiori a quanto richiesto dalla normativa confermando pienamente la propria solidità. Le Popolari registrano – dati Banca d’Italia aggiornati a fine 2016 – un coefficiente relativo al CET1 del 12,8%, al Tier1 del 13% e complessivo del 15%, valori superiori alla media nazionale di circa un punto percentuale e ampiamente al di sopra dei requisiti minimi. C’è poi il luogo comune che nasce quando l’innovazione diventa contrapposizione tra vecchio e nuovo: “le banche del territorio non intercettano l’innovazione”. 4 milioni di famiglie e 250 mila imprese clienti delle Popolari hanno utilizzato, nel 2017, quotidianamente il canale internet sia a fini informativi che dispositivi. Il numero di famiglie che utilizza i canali digitali è cresciuto del 6%, i bonifici effettuati via web, sono stati, sempre nel 2017, 10 milioni, quelli effettuati con collegamenti telematici diversi da internet 14 milioni, per un totale di 24 milioni di operazioni, pari all’80% del totale. I bisogni di famiglie e imprese, tecnologicamente più avanzate, insieme a quelli di chi cerca o ha bisogno, comunque, della fisicità dello sportello – che non è affatto detto siano soltanto persone anziane, ma spesso sono gli stessi clienti “tecnologicamente” più alfabetizzati – realizzano, insieme, il duplice obiettivo di semplificare la comunicazione e mantenere forte il legame tra le banche e i propri clienti. In un mondo che ruota attorno alla comunicazione è doveroso, anche se più difficile, andare contro corrente per realizzare operazioni di verità.

L’economia italiana sembra mostrare segnali di ripresa e le banche del territorio che sono una delle risorse più importanti al servizio dell’economia reale per il sostegno quotidiano allo sviluppo del sistema produttivo e alle famiglie italiane, stanno contribuendo all’uscita dalla crisi malgrado l’intero sistema creditizio, come abbiamo osservato, stia vivendo rapidi e profondi cambiamenti internazionali. Ognuno è chiamato a fare la propria parte. Siamo ben consapevoli delle trasformazioni in corso e per questo l’internazionalizzazione del mercato continua ad essere una occasione di rilancio per noi sempre nel solco dell’economia reale e del sostegno alle famiglie forti di un sistema più che mai vitale. Le Banche popolari nel 2017 hanno, infatti, dato credito per 200 miliardi di euro. Circa il 25% dei prestiti è affluito alle famiglie, mentre il 60% è stato assorbito dalle imprese, delle quali il 40% aziende di dimensioni medio piccole che rappresentano la maggior quota della clientela del Credito popolare. I nuovi mutui per l’acquisto di abitazione accesi dalle famiglie hanno raggiunto i 15 miliardi di euro. Anche sul fronte della raccolta le Banche del territorio mostrano un aumento degli aggregati principali, con i depositi saliti del 3% e quelli in conto corrente del 4,5%. Circa 100 milioni di euro sono stati, poi, destinati per supportare iniziative locali nei campi dell’assistenza, della promozione della cultura e negli interventi di pubblica utilità.

Ma tutti gli sforzi, nostri e degli altri operatori economici, saranno vani se la politica italiana non saprà dimostrare, già a partire dalle prossime settimane, malgrado un quadro politico-istituzionale non ancora chiaro, di avere ben compresa la lezione del passato. Sarà bene ricordare quanto le “distrazioni” sul terreno europeo, le ratifiche acritiche di decisioni unilaterali possano penalizzare non solo e non tanto il sistema bancario ma soprattutto le prospettive di ripresa, crescita e sviluppo del nostro Paese. Dalle urne è evidentemente emersa forte la sensazione di rabbia che dovrà essere indirizzata e trasformata in energia positiva di cambiamento. Ognuno deve fare la propria parte a cominciare dalla politica. Potrebbe farlo  ricordando che il 2018 è l’anno del settantesimo anniversario dell’entrata in vigore della Costituzione repubblicana. Un anniversario importante che, vista la crisi che vive il nostro Paese, può essere utilizzato per ridare peso e vigore a una democrazia messa così a dura prova. Anche in questo caso stiamo facendo la nostra parte attraverso una serie di pubblicazioni che prendono in considerazione, per approfondirli, alcuni aspetti e protagonisti dell’Assemblea costituente. Abbiamo già pubblicato un libro sui lavori dell’Assemblea per la redazione degli articoli che riguardano la cooperazione bancaria, uno su Costantino Mortati e uno su Luigi Einaudi. E’ di prossima pubblicazione un libro sui Costituenti meno noti ma che di certo hanno lasciato una  profonda e fondamentale impronta della loro attività.

Nel 2018, per le Banche popolari, ricorre anche un altro anniversario. Il prossimo 29 agosto, infatti, sarà il 210° della nascita di Franz Hermann Schulze-Delitzsch, l’ideatore e il fondatore in Germania del sistema della cooperazione bancaria e delle Banche popolari. L’Italia deve molto a Schulze-Delitzsch visto che Luigi Luzzatti proprio dai suoi scritti e dalla sua concreta opera trasse spunto per declinare quel modello di Banca popolare cooperativa, in maniera originale, nel tessuto socio-economico dell’Italia della seconda metà dell’Ottocento e che, ancora oggi, è parte integrante e rilevante del sistema bancario del nostro Paese. E’, dunque, intenzione dell’Associazione fra le Banche Popolari ripubblicare, per questa occasione, lo storico volume “Delle Unioni di Credito ossia delle Banche Popolari” che uscì, in lingua italiana per la prima volta, nel 1871 a Venezia per presentarlo nel prossimo autunno a Roma coinvolgendo anche l’Ambasciatore della Repubblica Federale di Germania in Italia e l’Associazione delle Banche popolari e cooperative tedesche.

Giuseppe De Lucia Lumeno

Segretario Generale Associazione Nazionale fra le Banche Popolari

CREDITO POPOLARE n. 1/2018