La rivista Credito Popolare

EDITORIALE 

Fornire risposte concrete ai bisogni di una comunità in difficoltà che vuole però restare solida e unita per affrontare i cambiamenti sociali ed economici di un mercato sempre più aperto, competitivo e tecnologicamente avanzato. E’ quello che le Banche popolari continuano a fare in un momento ancora estremamente delicato per il ciclo economico. Una funzione vitale per l’economia italiana in quanto, con un’azione anticiclica, compensa gli eccessi derivanti dall’attività prevalente troppo sbilanciata verso la finanza. L’anno in corso, conferma, ancora una  volta, la vocazione del Credito popolare al sostegno dell’economia reale a ritmi costanti con la crescita degli impieghi verso le famiglie e le imprese, in particolare quelle piccole e medie. I dati relativi alla prima metà del 2018 sono chiari. Il credito erogato è in crescita di quasi il 2 per cento – un aumento che si aggiunge agli incrementi registrati nei mesi precedenti e prossimi all’1 per cento – e superiore alla media nazionale. I nuovi finanziamenti dall’inizio dell’anno hanno raggiunto il totale di 40 miliardi di euro di cui 15 miliardi di euro alle imprese minori, 23 miliardi alle altre e 7 miliardi di euro alle famiglie per l’erogazione di nuovi mutui abitativi. Gli impieghi verso le imprese hanno superato la cifra di 200 miliardi di euro con 10 miliardi di credito al settore dell’agricoltura, oltre 50 miliardi al settore manifatturiero, 8 miliardi di euro all’industria alimentare e 15 miliardi al ramo lavorazione dei minerali non metalliferi. 36 i miliardi di euro al settore delle costruzioni mentre per i servizi, dove si concentra la metà degli impieghi totali del Credito popolare alle imprese (100 miliardi di euro), 36 miliardi di euro sono finanziamenti alle aziende di commercio all’ingrosso. Oltre la metà degli impieghi si concentra in aree manifatturiere a prevalenza di piccole e medie imprese, il 10 per cento nelle aree turistiche e il 5 in quelle agricole. Dunque, il sostegno attraverso il credito al settore primario, manifatturiero e ai servizi, nei diversi ambiti locali, conferma il ruolo prezioso che il Credito popolare svolge all’interno delle comunità di appartenenza grazie alla capacità di promuovere sviluppo.

Dati positivi arrivano anche dal versante dei depositi della clientela aumentati del 5 per cento e che confermano il trend di crescita che contraddistingue l’aggregato già da diversi mesi con valori superiori al 4 per cento. Complessivamente, i depositi ammontano ad oltre 200 miliardi di euro di cui circa la metà riguardano le famiglie. Dal punto di vista geografico, il 38 per cento dei depositi delle Popolari si concentra nelle regioni del Nord Ovest, il 22% in quelle del Nord Est e, in percentuale analoga, in quelle del Centro mentre il restante 18% nelle regioni del Sud.

Discorso a parte merita il Terzo Settore. Anche in questo caso, nella prima metà di quest’anno, il sostegno delle Banche popolari è cresciuto con impieghi del 3,7%, arrivando alla cifra di 2,7 miliardi di euro. Un dato in controtendenza a quello registrato dal sistema bancario nel suo complesso e che ha visto, al contrario, una riduzione del 6% dei finanziamenti alle istituzioni senza fini di lucro. In totale, il credito erogato dalle Popolari al Terzo Settore rappresenta circa il 30% dei finanziamenti complessivi del sistema bancario, per effetto anche di un‘incidenza pari a quasi il doppio di quanto evidenziato dalle altre banche nella distribuzione settoriale degli impieghi. Naturalmente, anche questo dato non è frutto del caso ma conferma la natura del Credito popolare quale soggetto di prossimità verso gli enti del Terzo Settore. E’ la sua vocazione localistica, infatti, che misura l’importanza attribuita al no-profit quale fattore di coesione sociale nelle comunità ed elemento essenziale per garantire una ripresa delle attività produttive nei territori per generare sviluppo e sostenibilità. Il legame tra Banche popolari e Terzo Settore si è rafforzato nei momenti più difficili della crisi negli anni passati e ha visto le istituzioni senza fini di lucro crescere  all’interno dell’economia del Paese proprio per arginare gli effetti recessivi del ciclo economico.

Radicamento territoriale e relationship banking, patrimonio delle Banche popolari e più in generale delle banche del territorio, come sappiamo, sono i tratti distintivi che costruiscono rapporti durevoli nel tempo e capaci di promuovere un particolare tipo di sviluppo condiviso delle diverse comunità. L’accelerazione registrata nella prima metà dell’anno conferma, ancora una volta, come il solido e antico legame tra le Banche popolari e la propria clientela, espresso da una vicinanza fatta non solo attraverso la rete di sportelli ma anche grazie ad una conoscenza reciproca e consolidata nel corso degli anni, continua ad essere diffuso e radicato mostrandosi  carta vincente che ha reso possibile l’attraversamento del lungo e faticoso deserto rappresentato dalla crisi economica. Aver resistito alla crisi con l’alto tasso di resilienza mostrato in questi anni, mette il Credito popolare nelle condizioni di poter intervenire, a pieno titolo, nel dibattito che si è aperto sul futuro delle economie e delle società occidentali. Una discussione all’ordine del giorno nell’agenda del mondo accademico degli Stati Uniti che mai, come in questo periodo, importanti riviste di politica internazionale, pongono all’attenzione dell’opinione pubblica a partire dal problema del nuovo assetto geopolitico che si sta definendo.

Non si può non partire dal bilancio di ciò che è stata e di cosa ha prodotto la globalizzazione mondiale e di ciò che produrrà la rivoluzione tecnologica che sta letteralmente trasformando la società a ritmi inimmaginabili solo fino a qualche anno fa. Per farlo è necessaria una premessa. Se è vero che il cambio dei protagonisti, frutto delle contrapposizioni che segnano ogni epoca storica, produce nuovi assetti economici, politici e culturali con i quali la storia dell’umanità procede e che ogni epoca e sistema economico-politico viene considerato l’ultimo e si pensa che non ci sarà nulla di diverso in futuro, è anche vero che il procedere della storia può avanzare o attraverso un processo ordinato e continuo o attraverso strappi improvvisi che possono “sorprendere” definendo, comunque, nuovi equilibri che non è detto siano più avanzati di quelli precedenti. La storia del Credito popolare tiene insieme entrambi questi elementi. Da un lato un lento e progressivo adattamento alle trasformazioni sociali e culturali, dall’altro capacità, proprio grazie all’alto tasso di resilienza, di affrontare le trasformazioni più radicali e da queste prendere forza e nuova energia per affrontare i futuri passaggi. Per questo siamo nelle condizioni di intervenire sia nel fare un bilancio, sia nel contribuire a prospettare una strada per il futuro.

Le crisi che attraversano le democrazie occidentali, non sono, come accadeva in passato, frutto di squilibri e scontri tra le stesse potenze o anche tra democrazie avanzate e Paesi del cosiddetto “terzo mondo” ma hanno una origine interna. Nel secolo scorso, il lento e imponente processo di globalizzazione ha prodotto una vasta mobilità sociale, un progresso economico e culturale, realizzando un generale miglioramento delle condizioni di vita di tutto il mondo. Dopo la Seconda guerra mondiale, in occidente si è lavorato intensamente per creare un mondo aperto con un commercio sempre più libero e un’integrazione globale sempre più ampia. La globalizzazione, in sintesi, ha prodotto certamente ricchezza. Ha accorciato le distanze rendendo possibili ingenti investimenti delle economie più avanzate in quelle più arretrate, aumentando l’efficienza economica, riducendo i costi di produzione e aumentando i rendimenti assoluti. Tutto ciò ha ridotto le disuguaglianze a livello globale e per milioni di persone è stato possibile uscire dalla povertà più assoluta. In Italia, protagonisti di questo processo sono state le famiglie attraverso il lavoro e il risparmio, il sistema imprenditoriale, soprattutto quello delle micro, delle piccole e delle medie imprese, il mondo dell’associazionismo e, più in generale, dei corpi intermedi. I risultati sono stati davvero straordinari.

Oggi, come è evidente a tutti, non è più così. Mentre quel processo di globalizzazione si imponeva, riducendo le disuguaglianze a livello mondiale, all’interno degli stessi Paesi che hanno guidato la globalizzazione, a cominciare dalla fine degli anni ’80, il processo via via  cambiava di segno e accadeva esattamente il contrario. E’ cominciata così ad accentuarsi la disuguaglianza interna, prima lentamente e poi sempre più marcatamente, con pesanti ripercussioni economiche e sociali. Si è creata una nuova “periferia del mondo” che, a differenza di quella conosciuta nel secolo precedente, non ha una connotazione di carattere geografico ma economica e sociale, ma diventa “periferia interna”. Le classi dirigenti che hanno guidato il processo di globalizzazione vengono considerate, dai propri popoli, responsabili dell’arretramento economico e sociale. Élite distanti da un popolo sempre più disilluso. Il prevalere di un sentimento di tradimento è riconosciuto da tutti. La sfida politica di massa, dal “basso” della società, basata su un nazionalismo diventato maggioritario, risulta vincente in quasi tutto l’Occidente a cominciare dagli Stati Uniti, passando per la Gran Bretagna fino ad arrivare anche in Italia. Il fenomeno ha prodotto  inevitabilmente conseguenze anche su un terreno culturale con la perdita dei valori etici e culturali che sono diventati sempre meno sicuri e più relativi. Un vero e proprio senso di “estraniazione culturale” si è diffuso producendo, nelle popolazioni del mondo occidentale, in quelle “periferie interne”, mancanza di punti fermi, solitudine e paura. Paradossalmente l’Occidente, proprio nel momento in cui vinceva e rendeva evidente la propria supremazia economica e culturale nello scacchiere globale facendosi carico del problema delle disuguaglianze mondiali, si scopriva estremamente fragile e, nella crisi di indentità e di valori, si trovava anche a dover affrontare la più dura crisi economica della sua storia.

La crisi dell’occidente e delle sue classi dirigenti è quanto mai evidente e non è, dunque, priva di una valida motivazione. Non la si può gestire con atteggiamento elitario e snobistico considerandola semplicemente il frutto di un non meglio definito “populismo” che si sarebbe impossessato, come un virus, del popolo, ma è il frutto di scelte politiche che, concentrandosi su alcuni obiettivi, hanno trascurato gli effetti di quelle scelte. La rivoluzione tecnologica può rappresentare una buona opportunità per uscire dall’empasse che vive l’Occidente ma a condizione che si ritrovi il modo per far beneficiare di tale progresso le popolazioni, cosa impossibile senza la riscoperta della validità e della profondità dei valori della propria cultura. Ripartire dai valori della propria storia per ricostruire un nuovo assetto economico. La presunta infallibilità della sovranità dei mercati alla quale, almeno fino a pochi anni fa, sembrava che tutto dovesse sottostare e adeguarsi e che ha rappresentato per un intero ciclo economico una sorta di imperativo categorico, come è ormai evidente, è giunta al capolinea dopo aver prodotto danni incalcolabili, oltre che economici, anche sociali e culturali.

Per riprendere una strada di progresso ed inclusione, di crescita insieme economica e culturale, non può sfuggire la necessità di avere ben chiaro quale è e quale debba tornare ad essere il compito fondamentale dell’indagine economica a supporto delle scelte politiche che, comunque, hanno bisogno di forti valori di riferimento. E’ senza dubbio difficile imboccare tale strada ma non si può fare diversamente, non sono ammesse scorciatoie. L’indagine economica deve essere di supporto a scelte strategiche che devono comunque trovare la propria validità nei valori posti alle radici della nostra società. Può essere d’aiuto la rilettura dei classici. Federico Caffè nel 1966 nel definire i due compiti fondamentali dell’indagine economica, rifacendosi a F. H. Knight, lo scrive in maniera esplicita: “i problemi ultimi dell’economia, come di ogni scienza sociale, e in realtà di ogni scienza, si imperniano su due punti e sulle loro reciproche relazioni: primo, comprendere e spiegare determinati fenomeni, secondo, far uso della conoscenza come guida dell’azione”. All’azione dovrebbe essere poi chiamato “chi ha il potere e la responsabilità delle decisioni di politica di pervenire a un finale apprezzamento sintetico dei vari elementi in gioco”, cosicché l’analisi economica “assicura una più estesa e organica base conoscitiva alle decisioni di politica evitando, al tempo stesso, sia una scettica e sterile sottovalutazione dell’ausilio che l’analisi può fornire all’azione economica pratica, sia una considerazione pretenziosa della sua portata”.

In questa ricerca il sistema creditizio è chiamato a fare la propria parte e per questo serve che si doti di una strategia di lunga durata. Le rapide trasformazioni tecnologiche, economiche e sociali sono state tra le principali cause delle crisi finanziarie che hanno aperto la strada a quei pericolosi percorsi di accentuazione delle disuguaglianze dei quali abbiamo parlato. The Bunker, il mensile inglese di affari finanziari del Financial Times pone autorevolmente il problema e con un breve ma significativo editoriale apre un’ampia riflessione sul futuro degli intermediari creditizi e finanziari. Secondo la rivista britannica, nella fase in cui si va definendo un nuovo modello economico, assistiamo a un clamoroso paradosso frutto dello sviluppo tecnologico che avrebbe dovuto, secondo le attese, produrre crescita di benessere e di libertà.  Un “grande cambiamento” è quello che l’economia e la struttura sociale del mondo occidentale stanno vivendo, un cambiamento simile a quello che lo stesso mondo, in particolare quello statunitense, visse negli anni che seguirono la Guerra civile americana a causa della rivoluzione industriale. Un periodo di straordinaria importanza che va dal 1865 al 1900 e che, per gli Stati Uniti, segna la trasformazione della propria economia nella più grande e avanzata economia industriale del mondo, permettendogli di superare la supremazia del Regno Unito quale maggiore potenza manifatturiera. Gli Stati Uniti, ma in realtà, tutto il mondo occidentale, si trovano, oggi, in una situazione molto simile. E’ la rivoluzione tecnologica che sta sconvolgendo l’ordine sociale ed economico tanto profondamente quanto la rivoluzione industriale nell’800. In questo sconvolgimento le contrapposizioni politiche e le conseguenti ideologie che hanno caratterizzato gli ultimi due secoli, non sono più utili. I partiti politici classici e la maggior parte dei rispettivi leader, mancano di una visione e delle idee necessarie per affrontare questa sfida, così come le élite intellettuali ancora troppo legate al passato, a paradigmi e chiavi interpretative che non funzionano più.

E’ probabile che fino a quando la rivoluzione in atto non sarà conclusa e il mondo non avrà trovato un suo nuovo e più avanzato assetto in termini sia economici che sociali, non potrà essere ben chiaro come ogni istituzione sarà radicalmente cambiata nella nuova economia dell’informazione. Si tratta di un’opportunità, di una grande sfida, della reale possibilità di raggiungere livelli inimmaginabili di ricchezza e di libertà. Le banche devono lavorare e studiare per identificare il profilo e le esigenze dei diversi settori sociali ai quali si rapportano. Imprenditori, consumatori e famiglie sono categorie che stanno subendo questa profonda trasformazione e che chiedono aiuto alle proprie banche per districarsi in un complesso labirinto chiedendo un’attività di consulenza sempre più personalizzata. A queste si aggiunge una sempre più grande percentuale di piccole imprese che sono, oggi, costituite da liberi professionisti autonomi e che operano nella sharing economy. Realtà estremamente diversificate che aprono un enorme spazio alle richieste di sistemi che aiutino i nuovi protagonisti economici nel gestire le proprie finanze, risparmiare, investire, pagare i tributi, sostenere sanità e istruzione o costruire le necessarie coperture assicurative e previdenziali per garantirsi, ad ogni età, salute, educazione e benessere. Si tratta di un’esigenza dettata dalla frammentazione che caratterizza e caratterizzerà sempre più l’economia del prossimo ciclo. Una frammentazione che, in quanto tale, richiede la diversificazione delle risposte e delle offerte. Per questo, la biodiversità dei soggetti creditizi si conferma, ancora di più di quanto non lo sia in passato, un elemento strategico nella definizione dell’assetto futuro del sistema bancario. L’Italia, per la storia del proprio sistema bancario, ha nella biodiversità una caratteristica radicata, un valore del quale farsi portatrice in Europa per dare un contributo alla definizione di una nuova visione strategica del posto che le banche andranno ad occupare nel sistema economico che si va delineando e che non potrà prescindere dall’economia reale. L’effettivo miglioramento del tasso di benessere generale e dalla crescita sociale e culturale possono elevare il livello di libertà dell’umanità senza farne smarrire la propria identità, ma perché ciò accada, il cambiamento va pensato, organizzato e accompagnato. Le banche del credito popolare, forti della propria tradizione e dell’aver saputo attraversare i duri anni della crisi, stanno dando un contributo prezioso a questa ridefinizione strategica  del sistema economico.

Della necessità di valorizzare la biodiversità del sistema creditizio, facendone un valore da difendere e da rilanciare, sembra inizi ad accorgersene anche chi, nella fase precedente, sembrava, al contrario, volerla spazzare via per perseguire un’inutile, se non dannosa, unicità del sistema bancario. Dopo mesi di discussioni, la Vigilanza della Banca Centrale Europea ha comunicato la linea che sarà adottata sulle coperture relative agli stocks di Npl, una linea che risulta essere molto più morbida rispetto a quella rigida introdotta con l’addendum sui flussi di nuovi crediti deteriorati contabilizzati da aprile. Nel dettaglio, l’approccio previsto dalla vigilanza della BCE viene incontro ad alcune delle esigenze espresse dal sistema bancario italiano, introducendo il concetto della singola valutazione caso per caso, quindi tenendo conto delle specificità di ciascuna banca e del contesto economico e finanziario, e non considerando, invece, quelle che erano le richieste di Francia e Germania avanzate nell’Eurogruppo che premevano per l’introduzione di un limite del 5 e del 2,5 per cento rispettivamente per i crediti deteriorati lordi e netti in rapporto agli impieghi totali. Si tratta di una novità positiva per il sistema bancario nel suo complesso, se consideriamo che, ad esempio, la proposta di addendum sui nuovi Npl prevede una copertura al 100 per cento dopo due anni per quelli non garantiti e una compresa tra il 40 e il 100 per cento entro sette anni per quelli garantiti e che una estensione di tale regola agli stock pregressi avrebbe portato oneri ulteriori con ripercussioni sul credito erogato. Notizie positive soprattutto per tutti quegli istituti di credito che sono maggiormente dediti al sostegno dell’economia reale, come avviene prevalentemente in Italia anche per la conformazione del suo sistema produttivo basato sulla presenza capillare di imprese medio piccole che proprio durante la crisi hanno avuto maggiormente bisogno di assistenza e sostegno finanziario da parte delle banche e che per il loro impegno, in favore dei territori e delle economie locali, hanno visto aumentare il peso delle partite problematiche all’interno dei propri bilanci. Va anche sottolineato che l’incidenza degli Npl, negli ultimi anni, si è rapidamente abbassata, grazie agli sforzi sostenuti dalle banche con importanti operazioni di cartolarizzazione. Le Banche popolari hanno contribuito a questo in maniera rilevante con un’azione anticiclica di contrasto alla crisi registrando un costo del rischio (misurato dal rapporto tra il flusso di rettifiche e la consistenza media dei prestiti) pari a 71 punti base contro un dato medio che, per le altre banche, supera i 100 punti base – come riportato anche dalle Considerazione Finale del Governatore della Banca d’Italia – ed è accompagnato da una migliore efficienza operativa, misurata dal cost-income ratio (rapporto tra costi operativi e margine d’intermediazione) pari al 64,8 per cento, quasi cinque punti percentuali inferiore al dato delle banche società per azioni.

Il cambio di rotta della BCE sugli Npl lascia ben sperare perché significa partire in maniera positiva nella definizione degli assetti futuri per favorire sviluppo e crescita economica. Le banche italiane hanno dimostrato, già nei mesi passati, di essere riuscite a ridurre il peso degli Npl in misura significativa facendosi trovare pronte all’appuntamento con le nuove disposizioni di vigilanza, in uno spirito collaborativo e di continuo scambio di informazioni. Le decisioni prese a Francoforte dimostrano come sia possibile e auspicabile ma soprattutto efficace per una unione bancaria che potrà trarre forza solo dalla varietà degli istituti chiamati a farne parte. Diversamente se ne decreterebbe la sua dissoluzione.

Dobbiamo lavorare – e questi segnali positivi appena ricordati sono buoni auspici – affinché in Europa, come già sta avvenendo negli Stati Uniti, ci si interroghi seriamente sul futuro del sistema bancario. L’economia americana è la prima uscita dalla crisi e vive, oggi, come abbiamo ricordato, la seconda più lunga espansione della sua storia. Tutti gli indicatori economici continuano, infatti, a indicare “bel tempo” e a segnare la tendenza verso l’alto. La crescita sembra solida, il mercato del lavoro verso la piena occupazione e l’inflazione vicina agli obiettivi prefissati. Su questa onda positiva i vertici della Federal Reserve, insieme a quelli del sistema bancario, finanziario e accademico di cultura anglosassone si stanno, infatti, seriamente interrogando su “Governance and Culture Reform”. La discussione parte dalla constatazione che proprio in questa situazione di crescita, sia del settore finanziario sia, più in generale, di quello dell’economia, sarebbe utile, necessario e anche possibile interrogarsi su come ottenere un sostanzialmente avanzamento in tema di cultura bancaria. Anche in Europa ci sarebbe tanto bisogno di una discussione di questo tenore.

Giuseppe De Lucia Lumeno

Segretario Generale Associazione Nazionale fra le Banche Popolari

CREDITO POPOLARE n. 2/2018

 

INDICE

Editoriale

Giuseppe De Lucia Lumeno

 

Saggi

  • ANTONIO FAZIO, “Ricominciare a fare politica economica” – intervista

 

  • GIULIO SAPELLI, Un nuovo sistema internazionale

 

  • GIUSEPPE DE LUCIA LUMENO, Philip Roth uno scrittore da leggere e ricordare

 

  • RICCARDO PEDRIZZI, Il Sud va, ma arranca ancora

 

Idee e valori

  • SIMONA OLIVE, Intervista al cantautore Andrea Pintucci

 

  • MARCO MAIMERI, Vado in banca stipendio fisso cosi mi piazzo

 

  • LAURA MARCONI, Andrea Palladio / La Certosa di Pavia

 

  • V. Volontari d’impresa. Ecco come il lavoro può creare la ricchezza sociale

 

Industria e mercati

  • CARLO DEL SERRONE – CESAREO PACIONI, Proporzionalità e progressività: l’adeguatezza delle norme di vigilanza prudenziale

 

  • GIANLUCA MICHETTI, Conti Annuali di Banche Popolari e Sistema: un aggiornamento della congiuntura

 

  • PHIL CARE Intelligenza artificiale, una sfida per la società.

 

Rassegna Bibliografica

  • Recensione al volume: Il denaro non governa. Andrea Tornelli e Pier Paolo Saleri